Casa

30 Aprile/ COVID-19

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Non avrei mai immaginato di vivere una Pasqua chiuso nelle quattro mura di una casa che neanche mi appartiene, essendo fuori sede. Data la gravità della situazione è stato chiesto a tutti di rimanere serrati in casa, lo stesso luogo che attraversiamo ogni giorno, ma che alla fine mi chiedo: quanto lo viviamo realmente? L’urgente richiesta di rimanere in casa per far fronte a questa pandemia globale che prende il nome di Covid 19 mi apre ad una riflessione sul concetto stesso di casa e di cosa significhi in questo momento. 

Un luogo, uno spazio, un confine, termini che si riempiono di due significati ambivalenti. Da una parte, la casa racchiude in sé il concetto di protezione nei confronti dell’imponente pandemia propagatasi al di fuori di essa, dall’altra fa emergere a chi l’attraversa, sensazioni di oppressione e spaesamento date dal netto distacco che si ha con l’esterno.

L’abitazione, mai come adesso, ci tiene a stretto contatto con noi stessi, ci dà la possibilità di attraversarci e di vivere, non sopravvivere. Le camere che la compongono, diventano il riflesso materiale degli ambienti che abbiamo costruito dentro di noi.

Ogni istante, ogni azione, assume un approccio contemplativo, ci si immerge nell’operare, con il tentativo di colmare i vuoti creati dalla noia, di un tempo che sembra essersi fermato dandoci così la possibilità di goderci il cammino. Guardare un film, leggere un libro e altre azioni del quotidiano, portano alla luce una nuova modalità, un nuovo approccio di vivere le cose, o almeno ce lo suggeriscono. Contrariamente a ciò che accade all’esterno, dove un mondo che privilegia il prodotto, costringe l’individuo ad un’accelerata esorbitante con il fine ultimo di accorciare le distanze che lo dividono dal risultato.

Divorare il tempo, minimizzare l’attraversamento e dimezzare l’esperienza dell’azione, sono tutte conseguenze che portano a domandarmi: quanto può realmente definirsi vivere?

La casa diventa la maggior estensione del nostro corpo, mai stata così intima, è custode per gli occhi di chi se ne prende cura, di un sentimento importante: il volersi bene. La bilancia che regola i rapporti all’interno di essa necessita di una calibrazione costante che la setti al meglio della sua sensibilità, le fragilità portate in superficie da un galleggiante fatto di paure, costringono i suoi abitanti ad abbassare ogni tipo di barriera e ad immergersi nella più totale empatia, che diventa dichiarazione di armistizio per una pacifica convivenza. 

I compromessi sono all’ ordine del giorno, le sfaccettature più ingombranti e dure che fanno parte di noi e ci rappresentano, vengono necessariamente ridimensionate così da far spazio a quelle dell’altro. I naturali principi che dovrebbero regolare i rapporti, ai fini di una giusta convivenza nella vita di tutti i giorni, danno alla scelta di essere adottati, poco respiro, per garantire la sopravvivenza dell’individuo. Poco respiro alle scelte. Il periodo che stiamo attraversando infatti, richiede a gran voce un cambiamento, è arrivato senza un reale preavviso, solo con alcuni segnali che ci riconducono ad una non cura della nostra immensa dimora, il mondo. Il virus come un’estesa scossa è arrivato, ha creato crepe, ha rotto alcuni arredi, mettendo a dura prova e rendendo visibili le fragilità delle mura che sostengono l’ambiente sicuro; che ognuno di noi con fatica, ha costruito dentro di sé. 

Tutto è accaduto velocemente, in una frazione di tempo mai precisamente identificata. Una scossa che è stata capace di creare un urto, più mentale che fisico, da cui deriva un trauma che produce modifiche senza tener conto della possibilità di scelta.

Così ci segna, non lascia scelta, il passaggio è necessario quasi obbligato, non si torna più indietro. Alcuni muri hanno ceduto, altri hanno solo delle crepe, mentre le fondamenta vanno revisionate, ma sono ancora lì. Ed è proprio da qui che si parte, ed da qui che si iniziano ad esplorare nuovi angoli, nuovi spazi mentali e fisici. L’inutile sforzo, nel tentare di sorreggere quelle pareti che non sono più consone ad un nuovo terreno che le dovrà accogliere, ci apre gli occhi verso un passaggio, doloroso ma necessario. Decidere quali pareti tenere e quali lasciar cadere nella riprogettazione di noi stessi.

La casa, quella che risiede in noi, diventa unico punto fermo che ci aiuta ad orientarci nel caos, ed è da qui che dobbiamo partire. Ognuno è chiamato a ridimensionare, plasmare e riadattare quelle mura che per molto tempo ci hanno dato certezze. Abbiamo il dovere di progettare con lo sguardo rivolto all’orizzonte, consapevoli del fatto che ognuno di noi è, e sarà, artefice di quel paesaggio che ora stiamo immaginando.

30 Aprile/ COVID-19
Gianluca Pavoncello
disintegrati

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